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Public speaking

di Carol Manfredi

Il giorno della presentazione è ormai arrivato: la sala si sta riempiendo, tante paia di occhi che un momento fa si guardavano attorno, osservando lo scenario, sono adesso puntate su di noi, colme di aspettative. E, improvvisamente, la paura da palcoscenico ci assale; pur conoscendo molto bene l’argomento da esporre, siamo colti da un vuoto di memoria e dal timore di non riuscire a rompere il silenzio. “E adesso?”.

Il parlare in pubblico è molto diverso dal parlare in maniera informale e spontanea con la gente: è una vera e propria arte in cui l’oratore esprime molto di sé e gioca sul tavolo diverse carte comunicative e creative. Tuttavia è un’arte che s’impara. Sebbene esistano alcune persone capaci di coinvolgere in maniera del tutto naturale i loro interlocutori, perché dotate di capacità comunicative particolarmente spiccate che permettono di veicolare più facilmente il messaggio fino agli altri, esiste una regola d’oro del public speaking che vale anche per loro: la pianificazione.

Affinché un’esposizione risulti efficace, interessante e costruttiva, la capacità di accendere la scintilla della curiosità e dell’interesse nelle persone è fondamentale, ma non basta; bisogna prendere in considerazione i contenuti da esporre, il tipo di linguaggio da utilizzare, la comunicazione non verbale, le pause, i tempi di concentrazione delle persone, le loro aspettative, i loro interventi, la relazione che si instaura con loro, le reazioni emotive…

Una pianificazione strategica consente di tener presenti tutte queste variabili e di strutturare l’intervento in maniera funzionale.

Un importante postulato da ricordare è che la monotonia è il peggior nemico del parlare in pubblico. Per sconfiggere questo nemico, però, esistono diverse armi da sfoderare. Ecco qualche consiglio:

§         stare attenti non solo a cosa si dice, curando quindi i contenuti, ma anche a come lo si dice, imparando a gestire la comunicazione non verbale e gli strumenti che ci offre la lingua;

§         imparare a gestire la propria emozione preparandosi psicologicamente all’intervento;

§         parlare con passione ed energia;

§         essere chiari e comprensibili (parole semplici, frasi brevi e lineari, costruzione positiva della frase, privilegiare i verbi rispetto ai sostantivi, chiedere feedback);

§         usare le pause per creare effetti di attesa e per lasciare il tempo di recepire il messaggio;

§         evitare le generalizzazioni e le frasi fatte;

§         fare esempi pratici, usare metafore e predicati sensoriali;

§         favorire gli interventi del pubblico e valorizzare il contributo di ciascuno;

§         dare qualcosa di sé (idee, esperienze, riflessioni, passione);

§         essere sinceri, cordiali e sorridenti per mostrare stima e fiducia nelle persone;

§         ringraziare per l’attenzione.

Per concludere, buoni oratori si diventa, ma bisogna allenarsi molto, arrivando al punto in cui non solo, l’uso degli accorgimenti sin qui elencati diventi una strategia interiorizzata e spontanea, ma arrivando ad essere dei bravi oratori, cioè ad acquisire, oltre alla tecnica, anche la professionalità, l’etica e la personalità di un buon oratore in cui le persone (oratore compreso) e la loro crescita occupano indiscutibilmente il primo posto.

Carol Manfredi

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