LA GESTIONE NON VIOLENTA DEI CONFLITTI

di Sabina Colamarino

 

Possiamo definire il conflitto come uno stato della relazione caratterizzato dalla presenza di un problema cui si associa un disagio.

La relazione è un rapporto fra due o più entità (cose o persone) entro cui si stabilisce una comunicazione. Siccome non si può non comunicare, è altrettanto impossibile non creare relazioni che, come la vita stessa, sono in continua trasformazione. Quindi anche un conflitto nel tempo può aumentare o diminuire d’intensità, risolversi in modo definitivo, oppure temporaneo.

Per problema intendo tutto ciò che all’interno di una relazione (con se stessi, con gli altri o con le cose) viene percepito come incompatibilità, divergenza, contrasto, scontro. La percezione di un problema è legata ad un insieme di fattori che in ultima analisi sono soggettivi; quindi il problema esiste nel momento in cui il soggetto lo avverte come tale. Non ha senso negare l’esistenza del problema di qualcuno soltanto perché, secondo la nostra percezione, non c’è. Riconoscerne l’esistenza vuol dire rispettare quella persona, il suo vissuto, il suo modo di vedere il mondo, ma non vuol dire essere d’accordo con lei, accettare il suo comportamento, soprattutto nel momento in cui quel suo comportamento ci provoca dolore, sofferenza, disagio.

Come dicevo prima, il conflitto è costituito da due componenti: il problema e il disagio. Riconoscere chiaramente questi due componenti ci consente di gestire i conflitti in modo efficace e costruttivo in quanto il problema si gestisce in un modo ed il disagio in un altro.

Spesso capita di gestire i problemi per gestire il disagio. Per esempio un genitore molto apprensivo può pensare di gestire il problema dell’educazione dei figli e non si accorge che, in realtà, non sta gestendo il disagio della sua ansia. Invece il primo passo per la gestione positiva del conflitto è proprio la gestione positiva del proprio disagio perché non è possibile affrontare alcun problema quando si è troppo coinvolti emotivamente, quando è il disagio stesso che diventa il ‘vero problema’. E’ necessario riconoscere il proprio disagio, esserne consapevoli, accettarlo e prendersene cura. A volte basta una sufficiente gestione positiva del disagio per ridimensionare il problema. In ogni caso, il successivo confronto sarà efficace solo se, con l’intenzione sincera di proteggere la relazione, verranno rispettati e soddisfatti i bisogni e i valori di ciascuno. Inoltre è necessario un atto di autorivelazione formulato attraverso il messaggio in prima persona e la contestualizzazione di quanto si sta esprimendo, senza incorrere nell’errore di associare al motivo del conflitto in atto situazioni precedenti ad esso.

A volte, affinché un conflitto sia gestito positivamente, c’è bisogno di un intervento dall’esterno, di un facilitatore che sappia innanzitutto gestire il proprio disagio e quindi sia in grado di porsi in maniera costruttiva nel conflitto senza farsi prendere dall’ansia o dal senso di inadeguatezza. Il suo intervento non deve essere intrusivo: il facilitatore non giudica e non trova soluzioni, ma verifica l’esistenza di un’area all’interno della quale le parti in causa possono riuscire ad incontrarsi e a dialogare autorivelandosi, mantenendo magari le loro posizioni, ma rispettando i valori ed i bisogni dell’altro. A tal fine utilizza la tecnica della parafrasi, cioè ripete il contenuto di qualcosa che è stato detto con parole simili per sintetizzarlo, chiarificarlo o dargli maggiore enfasi. In questo modo aiuta le parti in causa ad andare a fondo del loro disagio e ad autorivelarsi.

Ovviamente, come ogni professionista, un buon facilitatore ha bisogno di una continua formazione, tanto più che opera nell’ambito relazionale per eccellenza come quello della gestione non violenta dei conflitti.